4° Comandamento: “Onora il padre e la madre”

Il quarto Comandamento ci ordina di onorare i genitori. La parola onorare racchiude in sé tutti i doveri dei figli verso i genitori: amore, rispetto, riconoscenza, obbedienza e aiuto nelle necessità, soprattutto durante la vecchiaia (cf CCC, nn. 2214-2220).Amare i genitori vuol dire sentire per essi un affetto sincero, per cui si fanno proprie tutte le loro gioie ed i loro dolori e si desidera di far loro tutto il bene che si può fare. Siamo loro debitori perché Dio ci ha dato la vita per mezzo loro; hanno sofferto per noi; hanno vegliato ansiosi sulla nostra culla e ci hanno allevati ed educati con ogni amore. Ci ricorda la Sacra Scrittura: «Onora tuo padre con tutto il cuore e non dimenticare i dolori di tua madre. Ricorda che essi ti hanno generato; che darai loro in cambio di quanto ti hanno dato?» (Sir 7,27-28).Poiché i genitori rappresentano Dio, i figli devono rispettarli e venerarli ed essere loro riconoscenti perché li hanno messi al mondo. Non l’età, la cultura e la posizione sociale elevata dispenseranno da questo dovere. Mancano perciò quei figli che trattano i genitori con arroganza, che li offendono, che rinfacciano loro difetti o colpe commesse, che li umiliano ed infine coloro che giungono a vergognarsi della loro ignoranza e povertà (cf CCC, nn. 2215-2216).«Per tutto il tempo in cui vive nella casa dei genitori, il figlio deve obbedire ad ogni loro richiesta motivata dal proprio bene o da quello della famiglia» (CCC, n. 2217). Dio ha costituito i genitori sopra i figli con ogni autorità, dovendo fare le veci di Lui. San Paolo esorta: «Figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore» (Col 3,20). Un esempio insigne di ubbidienza fu dato all’umanità da Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, che obbedì al Padre suo fino alla morte in croce, e ubbidì perfino a due creature della terra: alla Madonna e a san Giuseppe. Il Vangelo compendia la vita privata di Gesù con questa frase: «Era soggetto ad essi» (Lc 2,51). San Bernardo, parlando dell’ubbidienza di Gesù a Maria Santissima e a san Giuseppe, dice che egli non si meraviglia che Gesù obbediva, ma che quelli osavano comandare al Creatore dell’universo.«I figli devono anche obbedire agli ordini ragionevoli dei loro educatori e di tutti coloro ai quali i genitori li hanno affidati. Ma se in coscienza sono persuasi che è moralmente riprovevole obbedire ad un dato ordine, non vi obbediscano» (CCC, n. 2217)L’ubbidienza dev’essere: a) semplice, cioè senza discutere; b) pronta, cioè senza indugi; c) costante, cioè in tutte le cose, in quelle che piacciono ed in quelle che rincrescono; d) allegra, cioè senza proteste, anzi con volto gioioso.Un figlio è tenuto a disubbidire ai genitori solo nel caso in cui essi comandassero cose contrarie ai Comandamenti di Dio o ai Precetti della Chiesa; ad esempio se proibissero in un giorno festivo d’andare a Messa o comunque spingessero al male.«Con l’emancipazione cessa l’obbedienza dei figli verso i genitori, ma non il rispetto che ad essi è sempre dovuto. Questo trova, in realtà, la sua radice nel timore di Dio, uno dei Doni dello Spirito Santo» (CCC, n. 2217).«Il quarto Comandamento ricorda ai figli, divenuti adulti, le loro responsabilità verso i genitori. Nella misura in cui possono, devono dare loro l’aiuto materiale e morale, negli anni della vecchiaia e in tempo di malattia, di solitudine o di indigenza» (CCC, n. 2218).La Bibbia richiama questo dovere dei figli: «Il Signore vuole che il padre sia onorato dai figli, ha stabilito il diritto della madre sulla prole. Chi onora il padre espia i peccati, chi riverisce la madre è come chi accumula tesori. Chi onora il padre avrà gioia dai propri figli, sarà esaudito nel giorno della sua preghiera. Chi riverisce suo padre vivrà a lungo; chi obbedisce al Signore dà consolazione alla madre» (Sir 3,2-6). «Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia, non contristarlo durante la sua vita. Anche se perdesse il senno, compatiscilo e non disprezzarlo mentre sei nel pieno del vigore [...] Chi abbandona il padre è come un bestemmiatore, chi insulta la madre è maledetto dal Signore» (Sir 3,12-13.16).Il dovere di soccorrere i genitori è imposto dalla natura e possiamo chiamarlo un obbligo di giustizia e di riconoscenza, per ricambiare, almeno in parte, quanto essi hanno fatto per i figli. Bisogna aiutarli: 1) nelle necessità morali o spirituali, esortandoli a frequentare i Sacramenti, se ne fossero lontani, e specialmente in punto di morte; ed infine pregando per loro in vita e suffragandone l’anima dopo la morte;2) nelle necessità materiali, aiutandoli se sono poveri o vecchi o ammalati.Il rispetto verso i genitori si riflette su tutto l’ambiente familiare. Concerne anche le relazioni tra fratelli e sorelle: «Corona dei vecchi sono i figli dei figli» (Prv 17,6). «Con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza» sopportatevi «a vicenda con amore» (Ef 4,2) (cf CCC, n. 2219).

Padre Francesco Pio M. Pompa, FI

Rapporti prematrimoniali

La cultura dominante, quella veicolata dai mezzi di comunicazione sociale, ritiene che il problema dei rapporti sessuali prima del matrimonio sia ormai superato. I rapporti prematrimoniali sono generalmente tollerati, propagandati, sollecitati, al punto che un ragazzo o una ragazza ancora vergini si sentono quasi anormali, nel contesto di una società che arriva perfino a deridere chi crede ancora a “certi valori”…La mentalità oggi diffusa è quella secondo cui i rapporti sessuali fra due ragazzi che si vogliono bene sono la normale espressione di questo affetto, l’autenticazione di un amore, sono il frutto di una spontaneità e dello “star bene insieme”. Certamente non si può negare che l’incontro sessuale riveste una grande importanza nell’ambito della vita di coppia, quale linguaggio sublime dell’amore dei coniugi. Si tratta, però, di capire cosa s’intende per “amore”, giacché di questa parola ai nostri giorni si è largamente abusato. Una volta chiarificato il significato della parola “amore”, allora si può ben comprendere perché non siano leciti i rapporti prematrimoniali. Si pensa che “amore”, ad esempio, voglia significare “star bene insieme”. Ma è proprio così? Lo “star bene insieme” è davvero l’essenza dell’amore? Se questo fosse vero, allora si dovrebbe concludere che quando non si sta bene insieme, non ci si ama più. Comprendiamo bene che in una prospettiva del genere non trova collocazione la fatica, la lotta, la capacità di superare le crisi e le difficoltà che esistono in ogni rapporto. Tutto si fonda sulla gratificazione dello stare insieme, sicché quando questa finisce anche il rapporto si interrompe e ci si sente liberi di intraprenderne magari un altro, da vivere con la stessa logica.In questo modo, si tende ad impostare la relazione di coppia principalmente sugli aspetti dilettevoli e non su una progressiva assunzione di responsabilità, che abiliti all’impegnativa vita matrimoniale. Nell’ambito di una tale concezione di vita il rapporto sessuale ha ovviamente una grande importanza, ma non in termini di responsabilità, quanto piuttosto in termini di spontaneità gratificante. In poche e più chiare parole si ragiona così: il rapporto sessuale è facile da farsi, piacevole, attraente; si pensa perciò che se funziona questo aspetto della vita di coppia, automaticamente anche tutto il resto andrà bene… Le cose ovviamente non stanno così, perché un conto è condividere solo alcuni momenti del rapporto di coppia (quelli più facili e piacevoli), un altro conto è invece stare insieme tutta una vita, affrontando quotidianamente i problemi, le difficoltà, come anche le gioie e i progetti. Il rapporto sessuale va, invece, collocato in questo contesto di totalità d’impegno e di definitività della relazione, fondata su un amore che esprime la volontà di donarsi totalmente e per sempre alla persona con cui si pensa di condividere la propria vita e di costruire qualcosa di bello non solo per sé, ma anche per tutti gli altri. Il matrimonio costituisce questo contesto d’impegno e di definitività di donazione. Svincolata da questa visione, esercitata prima e al di fuori del matrimonio, l’attività sessuale rischia di ridursi a gesto meccanico, talvolta perfino schiavizzante, portatore di pietose bugie: offre infatti l’illusione che tutto vada bene, quando invece, magari, le cose vanno male. Il diffondersi di rapporti sessuali prima e fuori del matrimonio è frutto di una particolare concezione, secondo la quale la relazione di coppia costituisce essenzialmente un fatto privato, privo di ogni dimensione sociale e istituzionale. Non sono poche le coppie che ritengono meglio convivere che sposarsi, in quanto si ritiene il matrimonio un’istituzione superata, anche perché – si pensa erroneamente – quanto accade nella coppia riguarda solo i due interessati.

Padre Immacolato di Maria

Educhiamoli a dire il Santo Rosario

“Ho fatto un sogno”, raccontò Don Bosco ai suoi ragazzi il 20 agosto 1862, nella “buonanotte” dopo le preghiere della sera. I ragazzi tesero subito le orecchie verso Don Bosco.
“Mi pareva di trovarmi con tutti i ragazzi a Castelnuovo, in casa di mio fratello Giuseppe. Ed ecco accostar misi uno sconosciuto che mi invita ad andare con lui. Lo seguii in un prato attiguo al cortile. A un tratto lo sconosciuto mi segnalò col dito un serpentaccio che strisciava tra l’erba, lunghissimo ed enorme: agghiacciava di spavento. Impaurito feci un balzo indietro e mi volsi per fuggire. “Se quel serpentaccio mi si avvinghi addosso – pensai – mi stritola”. Ma lo sconosciuto mi rassicurò. “Non temere, non ti farà alcun male”. Poi andrò a prendere una corda a me la porse. “Afferra – mi disse – questa corda per un capo; io prenderò il capo opposto. Poi l’alzeremo sopra il serpente e gli sferzeremo la schiena”.
A un suo cenno, cominciammo a flagellare la schiena del rettile con la corda. Il serpente si dibatteva, scattava con la testa per mordere la coda… intanto le sue carni si staccavano sotto gli schiocchi delle frustate; rimase alla fine uno scheletro spolpato. Poi, lo sconosciuto staccò la corda e la ripose dentro a una cassetta. Chiuse la cassetta; i ragazzi mi si erano affollati intorno. Riaprì la cassetta. Guardammo: la corda si era spontaneamente disposta a formare due parole: Ave Maria. “Vedete – spiegò lo sconosciuto – il serpente raffigura il demonio; la corda è simbolo del Rosario. Col Rosario si possono sconfiggere tutti i serpenti infernali”.

***
Don Bosco nell’educazione dei ragazzi teneva molto al Rosario. E ci teneva per quattro motivi:

• Primo: perché il Rosario è un condensato del Vangelo. La meditazione dei misteri fa sfilare sotto gli occhi i fatti e le parole principali di Gesù e di Maria: misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi.

• Secondo: perché il Rosario è la preghiera che maggiormente piace alla Madonna. Nelle apparizioni di Lourdes e di Fatima, la Madonna invitò i fanciulli a recitare il Rosario. Il Rosario è una preghiera estremamente semplice, facile, lineare, trasparente, alla portata di tutti. Lo hanno chiamato “il breviario dei fedeli”.

• Terzo: perché il Rosario è fatto di ripetizioni che non annoiano mai. Una mamma non si stanca mai delle carezze del bimbo e delle sue dichiarazioni di amore. La ripetizione è un legge dell’amore. L’amore non è mai monotono nell’uniformità delle sue espressioni.

• Quarto: perché il Rosario attira l’amore materno della Madonna su chi lo recita. L’amore materno aiuta i fanciulli a crescere e a svilupparsi.

• Don Bosco l’aveva intuito. Per questo non si stancò mai di raccomandare ai ragazzi la recita del Rosario.

La Regalità di Maria, Trionfo d’amore

La Madonna è la Regina del Cielo e della terra. Questa Verità è celebrata dalla Chiesa con una festa fissata nel Calendario liturgico al 22 di agosto. Tale verità è sempre stata molto sentita dai singoli fedeli che ricorrono a Lei con la certa speranza che Ella può tutto presso il Figlio suo. Questa Verità trova il suo fondamento nella Sacra Scrittura. Nell’Antico Testamento, in maniera velata, si parla di questa regalità di Maria attraverso la figura della regina Ester. La vicenda di questa regina è nota a tutti quelli che hanno dimestichezza con la Bibbia. Ritengo però opportuno parlarne brevemente così come fa sant’Alfonso Maria de’ Liguori al primo capitolo del libro Le Glorie di Maria.
Diversi secoli prima della nascita di Gesù Cristo, il popolo d’Israele era deportato in Babilonia. Finalmente, nel 538 a.C., con un editto, il re persiano Ciro, che aveva sconfitto l’esercito di Babilonia, aveva reso la libertà agli israeliti, i quali poterono tornare alla loro patria. Tuttavia, molte famiglie ebraiche non fecero ritorno preferendo rimanere in questa terra d’adozione. Con l’andare del tempo, sorsero dei contrasti con le popolazioni locali, perché gli ebrei seguivano usanze e modi di vivere diversi dagli altri, in modo particolare riguardo l’idolatria che era severamente condannata dalla Legge mosaica. Spesso queste rivalità sfociavano in vere e proprie persecuzioni.
Ester, una ragazza ebrea, fu presa in sposa dal re di Persia Assuero e divenne regina. In quel tempo, però, il primo ministro persiano, Aman, per odio nei confronti degli ebrei, ottenne dal re che essi venissero sterminati e la data dello sterminio era stata fissata da Aman estraendola a sorte. Ma, per merito di Ester, la situazione si capovolse. Ella intercedette presso il re Assuero suo marito e il giorno sorteggiato vide il trionfo degli ebrei sui loro persecutori. Trovandosi alla sua presenza, ella così lo supplicò: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, o re, […] il mio desiderio è che sia risparmiato il mio popolo» (Est 7,3).
Come la regina Ester, e molto di più, la Madonna, Regina del Cielo e della terra, intercede presso Gesù ottenendoci il dono della salvezza. A questo punto diamo la parola a sant’Alfonso, il quale fa questa bella osservazione:

«Ora, se Assuero accordò a Ester, perché l’amava, la salvezza dei Giudei, come potrà Dio non esaudire Maria, poiché la ama immensamente, quando lo prega per i miseri peccatori che a Lei si raccomandano?».

Subito dopo, egli arriva a questa splendida conclusione:

«Ogni sua preghiera è come una legge stabilita dal Signore, che si usi misericordia a tutti coloro per cui intercede Maria».

Le citazioni si potrebbero moltiplicare. Tra tutto ciò che il nostro Autore scrive in questo paragrafo, riporto il seguente brano:

«Ma possiamo noi temere che Maria disdegni d’interporsi per qualche peccatore, vedendolo troppo carico di peccati? Ci deve forse spaventare la maestà e la santità di questa grande regina? No, dice san Gregorio, la grandezza e la santità di Maria la rendono ancor più dolce e pietosa verso i peccatori che vogliono emendarsi e a lei ricorrono».

Queste parole ci esortano a ricorrere sempre a Maria, ad avere una grande fiducia in Lei che tanto ci ama e tanto ha a cuore la nostra salvezza eterna. Come Aman voleva lo sterminio dei giudei, così il demonio vuole la nostra eterna perdizione. Egli fa di tutto per rovinarci e per trascinarci nell’abisso infernale; studia ciascuno di noi, vedendo quello che è il nostro punto debole e, facendo leva su questo, cerca di trascinarci verso il basso. Grazie a Dio e alla sua infinita Misericordia, vi è Maria, la Regina d’amore, che prega per noi, che ci ottiene la grazia di evitare certe cadute che potrebbero essere irrimediabili e ci dona la grazia di un vivo e sincero pentimento.
Al termine di questa meditazione, proponiamoci due cose. La prima è quella di crescere sempre di più nella devozione alla nostra Madre celeste, di pregarla più spesso e con una fiducia sempre crescente. Andiamo a “visitarla” ove c’è una immagine sacra che ci ispira particolarmente. Portiamole qualche fiore e, soprattutto, affidiamo a Lei la nostra anima e tutta la nostra vita. La seconda cosa è quella di parlare di Maria e della sua bontà a qualche nostro conoscente che vive lontano da Dio. Chissà: forse basterà un piccolo gesto per donargli la luce della Verità. Invitiamolo a pregare il Rosario: ecco un modo molto semplice per far entrare la salvezza nel suo cuore.

Padre Stefano M. Miotto, FI

Va’ Francesco, e ripara la mia Chiesa

E’ quanto mai attuale, nel periodo di remodelage liturgique che sta attraversando la Chiesa, contemplare, studiare, approfondire la figura di san Francesco nella sua veste – sempre povera e semplice, come il suo aspetto, «simplex, rectus, humilis», ma tutta evangelica, e tutta cattolica e apostolica – di zelatore del culto divino. «Dei zelo ductus» lo canta infatti la Liturgia.
Alla luce della sua vita e dei suoi scritti è possibile scorgere nel Santo assisano un riparatore più che un restauratore della Chiesa. La sua azione evangelizzatrice e riparatrice trova la sua ragione teologica nelle parole che il Crocifisso gli rivolse nella chiesetta di San Damiano: «Francesco, va’ e ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina!». San Bonaventura scrive che dopo aver udito tale voce così meravigliosa, il Santo «tornato finalmente in sé, si accinge a obbedire, si concentra tutto nella missione di riparare la chiesa di mura, benché la parola divina si riferisse principalmente a quella Chiesa che Cristo acquistò con il suo sangue, come lo Spirito Santo gli avrebbe fatto capire e come egli stesso rivelò in seguito ai frati».
La missione di Francesco è, dunque, una missione riparatrice ecclesiale e universale, che investe non soltanto il piccolo gregge del suo Ordine, ma abbraccia il mondo intero e si inserisce nel cuore stesso della Chiesa. Le parole del Crocifisso di San Damiano tracciano per lui un cammino ben preciso, anche se arduo e spinoso: riparare la Casa di Dio. Il Sommo Pontefice Benedetto XVI ha esortato ad «entrare nella personalità di san Francesco», per poter contribuire a «ricostruire la Casa di Dio», e ha richiamato «tutti a non rendere inflazionato e svilito il messaggio francescano», offrendo «come chiave interpretativa, ossia ermeneutica, della vicenda di san Francesco d’Assisi il colloquio con il Crocifisso di San Damiano che lo invia a riparare la Chiesa; è riparare la Chiesa ciò che sta a cuore prima di tutto a Benedetto XVI! E questo san Francesco fece vivendo «secondo la forma del santo Vangelo», e soprattutto divenendo perfetta immagine di Cristo, Capo della Chiesa.
Se è vero che «ogni spiritualità non è che lo sviluppo e la manifestazione di una proprietà essenziale della Chiesa, la santità», il sensus Ecclesiæ nella spiritualità francescana possiede un significato tutto speciale che inizia principalmente dal comando del Signore Crocifisso al suo umile servo – «Va’ e ripara la mia casa» –, e assume un valore universale e illimitato abbracciando la Chiesa di tutti i luoghi e di tutti i tempi. La Liturgia inneggia a san Francesco: «Vir catholicus et totus apostolicus, Ecclesiæ teneri fidem Romanæ docuit»#. E il beato Tommaso da Celano lo definisce «artista e maestro di vita evangelica veramente glorioso: mediante il suo esempio, la sua Regola e il suo insegnamento si rinnova la Chiesa di Cristo nei suoi fedeli, uomini e donne…».
È necessario, perciò, accostarsi a san Francesco riparatore o riformatore – nel senso di «colui che dona una nuova forma» a qualcosa di deformato –, con un profondo spirito ecclesiale, per essere in grado di comprenderne il messaggio intramontabile e perenne.
La prima riparazione o riforma del Santo fu l’intervento chirurgico effettuato nell’organo vitale del Corpo Mistico, il cuore, ossia la vita di preghiera, la vita liturgica della Chiesa. Fu un intervento delicatissimo e lungo, ma che si compì felicemente, portando ad una rinascita linfatica e feconda di un’abbondanza eccezionale e duratura.
Cosa dire, invece, degli interventi chirurgici effettuati oggi persino in vari ambienti francescani? Si tratta di veri e propri attentati alla vita della Chiesa; una lotta per la morte e non per la vita; un allontanamento chilometrico più che di un ritorno allo spirito del Fondatore; un trapianto “liturgico” mortifero che continua ad essere rigettato dal Corpo Mistico, perché non compatibile con il suo sangue, con il rischio di condurre ad una setticemia spirituale e ad un coma irreversibile, più che di un’operazione benefica e portatrice di speranza vitale. Se ci fosse un altro Carlo Magno, certamente griderebbe: «Revertemini ad fontes Francisci!».
Forse che il Papa attualmente regnante – non Re Carolus ma Pontifex Benedictus – non sembri lanciare lo stesso appello del Crocifisso – «ripara la mia casa» –, attuandolo in radicibus cominciando proprio dalla riparazione della Liturgia? Ed il suo non è forse simile al grido carolino, che invita a guadare a san Francesco?
Sulle orme e sulla base degli scritti e degli insegnamenti del Poverello di Assisi, vogliamo, perciò, tracciare delle linee generali sull’iter franciscanum liturgicum che portò all’adozione, da parte della Chiesa di Roma, non solo del Messale Romano, ma anche del Breviario. E, su tale terreno, gettare delle fondamenta salde e ben radicate che continuino, come nel sogno di Innocenzo III, a sostenere il Laterano, ossia il Papa e la Chiesa intera#.
Messa ed Ufficio divino, Eucaristia e preghiera: queste le due colonne innalzate dal Serafico assisano. Colonne alle quali, necessitando di essere rinsaldate e restaurate, il papa Benedetto XVI ha ridonato nuovo splendore, mediante il Motu Proprio «Summorum Pontificum».
L’Eucaristia, infatti, appare come il coronamento della spiritualità francescana e tutti gli scritti del Serafico Padre traboccano di sentimenti di amore e di riverenza verso il Santissimo Corpo e Sangue di Cristo e verso i sacerdoti che lo donano alle anime ogni giorno. Per tale ragione il Santo fu subito identificato con l’amore che i Serafini nutrono per l’Eucaristia. «Vir Seraphicus» lo canta la Liturgia, e lo esalta con tale espressione: «Intus ardens, extra lucens, fragrans sicut lilium», quasi che l’amore eucaristico fosse così forte in lui da farlo ardere dentro e risplendere fuori, rendendolo profumato e candido come un giglio, come l’Ostia Santa, bianca e immacolata.
Coincidenza o Provvidenza divina, Benedetto XVI dà inizio al suo pontificato nell’Anno dedicato all’Eucaristia e così afferma nel suo primo messaggio al termine del Conclave: «In maniera quanto mai significativa, il mio Pontificato inizia mentre la Chiesa sta vivendo lo speciale Anno dedicato all’Eucaristia. Come non cogliere in questa provvidenziale coincidenza un elemento che deve caratterizzare il ministero al quale sono stato chiamato? L’Eucaristia, cuore della vita cristiana e sorgente della missione evangelizzatrice della Chiesa, non può non costituire il centro permanente e la fonte del servizio petrino che mi è stato affidato. L’Eucaristia rende costantemente presente il Cristo Risorto, che a noi continua a donarsi, chiamandoci a partecipare alla mensa del suo Corpo e del suo Sangue. Dalla piena comunione con Lui scaturisce ogni altro elemento della vita della Chiesa, in primo luogo la comunione tra tutti i fedeli, l’impegno di annuncio e testimonianza del Vangelo, l’ardore della carità verso tutti, specialmente verso i poveri e i piccoli».
Il Motu Proprio «Summorum Pontificum» non è forse il primo squisito frutto di tale via eucaristica che ha segnato provvidenzialmente la missione del Vicario di Cristo a cominciare dal suo esordio, divenendone il leitmotiv costante?
Sui passi di san Francesco e alla sequela del Magistero di Benedetto XVI, l’Eucaristia, dunque la celebrazione della Santa Messa, appare come il centro della vita cristiana. Ed è lo stesso Sommo Pontefice ad affermare che è proprio «in questo Santo, la cui figura attrae credenti e non credenti, [che] possiamo scorgere l’immagine di quella che è la perenne missione della Chiesa».
Scopo primario di queste pagine sarà, dunque, quello di cogliere il fondamentale contributo che l’opera liturgica restauratrice e riparatrice di san Francesco portò alla Chiesa del suo tempo, tentando di leggere nelle parole, negli esempi, negli insegnamenti del Poverello, il richiamo sempre attuale rivolto a tutti i suoi figli, non solo di fedeltà assoluta alla Sede papale, ma ancor di più di attuazione del suo Magistero.

Suor M. Cecilia Manelli, FI

La Corredenzione nella Simbologia

Il Giglio fra le spine

La simbologia mariana del giglio fra le spine presenta con immediatezza intuitiva la verità di due realtà arcane presenti in Maria Santissima: il giglio, con il suo niveo candore, presenta l’immacolatezza tutta grazia di Maria opposta alla oscenità tutta tenebra del peccato che deturpa l’anima dei discendenti di Adamo; le spine, con le sue punte aspre e laceranti, presentano le sofferenze poste a difesa e garanzia della bellezza e preziosità del giglio contro gli assalti degli artigli nemici.
Per questo, si potrebbe forse dire che il giglio ha quasi le sue radici nelle spine, nasce in certo modo dalle spine. In tal senso, se il giglio simboleggia l’Immacolata, le spine simboleggiano la Corredentrice, se il giglio raffigura l’anima piena di grazia, le spine raffigurano le sofferenze da cui è scaturita la grazia del giglio.
Si può anche notare che, come il giglio nasce tra le spine dal suo germogliare e cresce sempre tra le spine, così anche la Corredenzione mariana ha avuto il suo principio ab initio, ossia all’atto dell’Incarnazione del Verbo nel grembo di Maria Vergine, che è stata appunto Incarnazione redentrice, e ha fatto sempre unità con la Redenzione operata dal Salvatore usque in finem.


La Rosa

È tra i fiori più belli, molto amata specialmente in Occidente per la sua bellezza di forme, per il colore soave e per il dolce profumo. Nell’iconografia cristiana, la rosa richiama il Sangue di Cristo ed è simbolo molto suggestivo delle cinque piaghe di Gesù Crocifisso.
Il simbolo della rosa è applicato a Maria Santissima, invocata Rosa mistica nelle Litanie Lauretane; e l’arte del primo Rinascimento italiano svolge di frequente il «tema di Maria nel boschetto di rose: Maria stessa è la rosa nel giardino chiuso», come scrive il Lurker. «Nell’iconografia – scrive il Bartoli – spesso la Vergine o tiene una rosa in mano o dietro a lei, quasi sfondo, si sviluppa un roseto» (l’autore rileva anche il particolare che «nell’apparizione di Lourdes, la Vergine sui piedi ha due rose auree»).
In modo particolare, poi, la rosa vuole simboleggiare la Corredentrice, unita al Redentore sofferente, fatta partecipe al vivo dei dolori del «Servo di Jahvè» descritto dal profeta Isaia (cf 53,2ss). Per questo Maria Corredentrice è, si può dire, la Rosa mistica trasformata in una «copa que racoge la Sangre de Cristo», come si esprime con fine immagine la Lopez Perez. Il Bernard, riflettendo su alcuni particolari significativi, porta l’esempio del quadro della Madonna del Roseto di M. Schongauer, nel quale la Madonna «suggerisce al tempo stesso la bellezza e il dolore della passione anticipato dallo sguardo della madre».
Anche le spine dello stelo della rosa raffigurano con efficacia le sofferenze e i dolori che hanno accompagnato l’amore materno (la rosa) della Madre Corredentrice nella rigenerazione dei figli da portare a salvezza nel Regno dei Cieli, ossia da portare in quella «candida Rosa» descritta dall’Alighieri nella celeste visione del Paradiso.


L’Oliva

«Il beato Giacomo da Varagine, considerando i diversi stati per i quali passa il frutto dell’ulivo, prima verde, poi roseo, ed infine nero, dice che Maria Santissima è oliva verde per la sua verginità, rosea per la sua carità, nera per le sue umiliazioni e dolori».
L’oliva, inoltre, vien fatta cadere dall’albero a colpi di canna, viene raccolta, viene frantumata e spremuta nel torchio del frantoio, e se ne ricava il prezioso olio, immagine della grazia che unge, penetra e santifica le anime.
Maria Addolorata, Corredentrice universale, è stata l’oliva colpita dai dolori del suo Divin Figlio, frantumata dalla «spada» della Passione e Morte del Redentore, spremuta dalle sofferenze amarissime del Calvario, da cui è scaturito il prezioso olio delle grazie per tutte le anime.
L’oliva, infine, è sempre legata agli alberi di ulivo del Getsemani, dove Gesù visse la notte dell’agonia con il sudore di sangue per tutto il corpo (cf Lc 22,44). È suggestivo pensare a Maria Santissima, la «bell’oliva nel bassopiano» (Sir 24,14), che nel Getsemani, diventata «nera» per il dolore, assisteva, partecipava e condivideva l’agonia dolorosissima del suo Divin Figlio, il Redentore universale. Il Lurker fa sapere che «i pittori senesi dei secoli XIV-XV nei dipinti dell’Annunciazione mettevano in mano all’Arcangelo Gabriele un ramo di olivo, dando così espressione figurativa alle parole: “Il Signore è con te”».

Padre Stefano M. Manelli, FI

Perche’ la famiglia?

I giovani possono essere in disaccordo con l’educazione che hanno ricevuto ed essere critici spietati dei limiti e dei difetti della propria famiglia; possono pure provare delusione per il fatto che i propri genitori non corrispondono all’immagine che vorrebbero dare di loro e temere che gli amici trovino pretesti per prenderli in giro. Ciononostante, nessun giovane desidera avere dei genitori separati o vivere in una famiglia conflittuale. Non è questo il segno che la famiglia rappresenta qualcosa d’importante, se non di molto prezioso?
La psicologia moderna ha evidenziato la necessità di una famiglia serena per lo sviluppo armonioso del fanciullo. I genitori, infatti,sono il primo grande amore della vita. Durante la prima infanzia, li si ama d’una dedizione e passione incondizionate, non si scorge in loro alcun difetto e li si considera, anzi, degli eroi. Poi, col passare del tempo, i rapporti si complicano inevitabilmente, cosicché raggiungere un legame affettivo maturo ed equilibrato coi propri genitori diviene una conquista.

È vero che vi è un’età in cui è normale rendersi indipendenti nei confronti della propria famiglia: «L’uomo abbandonerà suo padre e sua madre» (Gen 2,24). Farlo è, dunque, segno di maturità interiore. Solo così i giovani potranno riuscire a costruire la propria vita personale e a formarsi una nuova famiglia. I giovani, dunque, non devono sentirsi colpevoli di questo slancio che li spinge verso l’esterno della famiglia: assecondarlo è il solo modo di provare le proprie capacità di giovani adulti.

Al contrario, una dipendenza prolungata è spesso mal assunta da parte del giovane e può dar luogo a disagio, esprimendosi con una critica ed un’opposizione sistematica nei riguardi della famiglia.

Sono da evitare entrambe le reazioni estreme: quella della dipendenza che inibisce e quella della ribellione aggressiva che “taglia completamente i ponti”. Lasciamo che il tempo compia la sua opera, favorendo nel giovane il raggiungimento del giusto equilibrio fra questi due estremi.

Spesso è all’età in cui i figli diventano essi stessi genitori che le relazioni si distendono. Allora i giovani papà e mamme possono capire i loro genitori dall’“interno”; dinanzi alle prime difficoltà educative, spesso si rendono conto di non essere poi molto migliori dicoloro che tanto hanno criticato durante l’adolescenza.

«Quando ho avuto il mio primo bambino – racconta Sofia, ventinovenne – mi sono riavvicinata a mia madre. Avevo bisogno dei suoi consigli, della sua presenza. Ciò mi rassicurava. Oggi, i miei genitori hanno oltre 60 anni. Iniziano ad invecchiare ed io desidero approfittare al massimo del tempo per rimanere accanto a loro; passo a trovarli coi bambini almeno una volta la settimana».

A volte, poi, in questa nuova ricerca di prossimità con i genitori, vi è più della semplice volontà di condividere un’esperienza comune: vi è, in fondo, la speranza di riconciliarsi con la propria adolescenza. Nell’età della maturità, si è capaci di uno sguardo sufficientemente lucido sui propri genitori: finalmente si possono accettare i loro limiti e riconoscere l’importanza incontestabile della famiglia.

Anche la Chiesa ha ribadito da sempre l’importanza fondamentale e insostituibile della famiglia. A tal riguardo vi è una verità valida al di là d’ogni differenza di cultura, e che va oltre i limiti e le debolezze dei singoli coniugi: il “sì” del Matrimonio è il fondamento di una comunità di vita e d’amore. Questa capacità dell’uomo e della donna di donare la vita non si limita alla concezione, al mettere al mondo dei figlio. Nella famiglia il bambino trova l’ambiente naturale adatto allo sviluppo della propria personalità: è lì che si costruiranno un volto e una storia unici!

La famiglia non è, quindi, un circolo chiuso. È il luogo della vita e della crescita. Essa è la base d’ogni società umana, perché prima scuola di socializzazione e di comunione fra membri di generazioni differenti, legati fra loro attraverso diverse relazioni interpersonali: paternità, maternità, figliolanza, fraternità.

Il disegno di Dio, che ha inscritto nell’uomo e nella donna la vocazione all’amore e alla famiglia, non è cambiato per la nuova generazione, e nessun errore, ideologia o peccato potrà sopprimere la struttura più profonda dell’essere umano, che ha bisogno d’essere amato e che, a sua volta, è capace d’amore autentico.

Sr. Maria Pia D’Anselmo

Amati da sempre

Sono stato chiamato alla vita. Ho ricevuto ciò che non avevo ma che ora mi fa essere. E qui sorge la domanda: da chi ho ricevuto il dono della vita? Dai miei genitori, posso rispondere, i quali amandosi hanno generato la vita. Però se guardo ai miei genitori mi accorgo subito che anch’essi hanno ricevuto la vita. La vita che mi raggiunge non inizia con i miei genitori. La vita c’era prima dei miei genitori e prima dei miei nonni. La vita non inizia nel tempo ma nell’eterno: «In Lui era la vita». La vita nel tempo è possibile solo se è una partecipazione della vita dell’Eterno. Ed io sono capace di innalzarmi nella contemplazione della vita che precedeva i miei genitori. Posso essere “più grande” dei miei genitori, quando li penso e li amo chiedendomi chi c’è all’origine della mia vita. Codesti non sono la causa totale del mio esistere. Se lo fossero la mia vita dovrebbe iniziare con loro e finire con loro. Invece, quando ci sono grazie a loro, posso indagare sull’origine totale della mia vita: Colui che è la vita che non inizia né finisce, così che può parteciparla a chi invece inizia e finisce, quel Logos dicevamo che è Ragione ed Amore, Pensiero ed eterna Carità. È Lui che mi ha pensato da sempre, mi ha amato e mi ha voluto. Se ci sono è perché Lui mi ha chiamato a vivere chiedendo la cooperazione dei miei genitori. Nella vita mi scopro fatto a sua immagine e somiglianza (cf Gen 1,26), nella capacità di pensare ed amare, di pensare a Lui ed amare Lui guardando con occhio d’amore e di riconoscenza ai miei genitori, soprattutto perché mi hanno concesso di conoscere ed amare Iddio. Il nostro pensiero e il nostro amore, quelle dimensioni che ci fanno trascendere la materia e il tempo e ci avvicinano all’Eterno, sono un riflesso dell’eterno pensiero e dell’eterno amore del Verbo che ci ha fatti, che ci ha chiamati a partecipare del mistero della vita. Così posso esclamare col salmista: «nelle tue mani è la mia vita» (Sal 15,5), tua è la mia vita.
La vita è perciò una vocazione di Dio, una chiamata a partecipare di un dono suo, il dono primordiale, fonte d’ogni bene venturo. Dio mi chiama per nome e mi rende partecipe della vita, nella vita che ricevo da Dio attraverso i miei genitori. Ho ricevuto la vita! In questo dono c’è un intreccio tra la libertà di Dio che dona gratuitamente per amore e la libertà dei miei genitori che sono chiamati a conformarsi alla libertà d’amore del Verbo creatore. La mia vita nasce da quest’intreccio in cui Dio è sempre primo nel dare e nel dare tutta la vita. Alla mia origine c’è Lui. Alla fine della mia vita non può che esserci di nuovo Lui; non il baratro oscuro del nulla, ma di nuovo quel Pensiero e quell’Amore per me; non il caso della combinazione di diverse cellule organizzate intorno ad un unico motore destinate poi ad invecchiarsi e a perire, ma solo Dio che mi ha chiamato a vivere.

Padre Serafino M. Lanzetta, FI

Tradizione e Chiesa

Uno dei tabù post-moderni più insidiosi, dal quale fino a qualche anno fa bisognava necessariamente emanciparsi nella Chiesa, è stato il lemma “Tradizione”. Il rischio, sempre ricorrente, è quello di emanciparsi però non solo da uno slogan, da una parola, per coniarne una nuova, ma dalla Chiesa stessa, che dalla Tradizione è strutturata e della Tradizione vive. Infatti, in diversi livelli ecclesiali, il processo del rinnovamento conciliare, doveva passare necessariamente per un ammodernato concetto di Traditio, che non ripetesse semplicemente quello che era stato già detto nei secoli precedenti, ma che desse alla stessa Chiesa un vigore nuovo e potesse essere inteso come dinamicità intrinseca, come vivezza del mistero, come progressività in una conoscenza biblica sempre più matura e intelligente, fino a scartare come non cattolico, quanto nella Bibbia non risultasse letteralmente scritto.

La Tradizione doveva passare attraverso il filtro delle Scritture, viste in qualche modo in opposizione ad essa e come suo metro di valutazione teologica. Il problema è che, in realtà, si trattava di un falso problema. Non c’era un’opposizione irriducibile tra Scrittura e Tradizione, per il semplice fatto che gli agiografi avevano scritto quanto il Signore aveva detto e quanto gli Apostoli avevano insegnato nella loro predicazione. La regola della Fede sono le Scritture canoniche in quanto consegnate alla Chiesa, ispirate da Dio in ragione del fatto che, quei fedeli agiografi, avevano ricevuto dalla Chiesa per mano degli Apostoli quelle Parole, trasmesse con l’assistenza dello Spirito Santo. La Tradizione andava a costituire le Scritture, e le Sacre Scritture diventavano il canone fisso di un dogma maturato in una compagine viva, nella Chiesa del Dio vivo, che così, con la sua stessa vita, diventava metro ultimo e prossimo della cattolicità. Perciò, la Bibbia non escludeva la Tradizione, né lo potrebbe.
Facendo leva sulla scarsa distinzione dogmatica tra Scrittura e Tradizione di Dei Verbum – Tradizione è solo la predicazione apostolica e solo la trasmissione della Parola di Dio? (cf ivi, n. 9), oppure l’intera comprensione e trasmissione della Fede, principiante dalla predicazione ed estesa a tutta la Chiesa, in ragione del Magistero ecclesiastico? –, e sul fatto che la classica distinzione delle due fonti della divina Rivelazione fu accantonata per chiari motivi pastorali ed ecumenici del Vaticano II, la divina Tradizione si è facilmente smarrita ed offuscata, per fare spazio solo alla Bibbia, che facilmente però scade nel libero esame, in una fede adogmatica, che oggi si direbbe “fai da te”. Si è smarrito il criterio dell’essere cristiani. La forma del Cattolicesimo. Non basta la Bibbia, è necessaria anche la Chiesa. Quel «non crederei al Vangelo se non mi ci inducesse l’autorità della Chiesa», rivolto da sant’Agostino ai donatisti, oggi è di un’attualità imprescindibile e potrebbe essere riformulato anche così: “Non avrei il Vangelo, né lo capirei, se non mi venisse dato e spiegato dalla Chiesa”. La Scrittura come regola di se stessa, del suo esserci, di barthiana memoria, non regge. C’è prima la Chiesa e poi la stesura del Vangelo, prima la trasmissione di quanto il Signore aveva detto e fatto e poi la sua elaborazione scritta. Questo “prima” è da intendersi in senso cronologico, che distingue in modo ontologico l’alterità tra Tradizione e Scrittura e ne determina la loro impossibile riduzione ad unum.
Nella “Tradizione apostolica”, poi, che riceve e trasmette la Parola del Signore, si innesta e si salda nell’unicità dello stesso tradere la “Tradizione ecclesiastica”, quale fedele deposito e accresciuta comprensione nel tempo della Chiesa di quelle Verità di Fede, che sempre identiche, crescono con colui che le medita, lasciando alla Chiesa il compito di scrutarle, di interpretarle rettamente e di insegnarle senza possibilità di errore. Anche quando le Parole del Signore furono messe per iscritto, la Tradizione (orale) non perse la sua efficacia, non solo al fine di interpretare rettamente le divine Scritture, ma per approfondire la stessa Fede. Così, con quella divina suggestio dello Spirito Santo (cf Gv 14,26), si arrivò alla comprensione e alla definizione di Verità, quali la Verginità perpetua di Maria, l’Immacolata Concezione, il numero settenario dei Sacramenti, ecc.: non altre verità, ma quelle che il Signore aveva insegnato e che la Tradizione aveva ininterrottamente consegnato, attraverso le Scritture e attraverso la Trasmissione orale dell’unico insegnamento del Signore Gesù. Unico è il deposito della Fede, identico e immutabile; due però le vie per riceverlo e ritrasmetterlo accresciuto fino a quando il Signore verrà: quella scritta e quella orale.
Come si vede, la Tradizione non è un elemento opzionale, facilmente superabile tacendone la sua essenza o riducendolo al mero momento dell’interpretazione scritturistica. Non è neanche un discrimen politico, come purtroppo da diversi anni a questa parte viene inteso. Sì, forse è stata questa la ragione del suo progressivo accantonamento: una Chiesa (politicamente) più aperta al domani, al progresso, al mondo, all’evoluzione (-ismo), avrebbe dovuto rinunciare al dato antico, al suo passato, al suo ieri. L’ieri era immagine di una Chiesa fissista. L’oggi quello di una Chiesa capace d’avanguardie. Emanciparsi dalla Tradizione (dal mistero in definitiva) era l’urgenza dei tempi nuovi. Anche qui però si era impostato il problema in modo surrettizio: la Tradizione non era identità di un partito conservatore della Chiesa, era ed è la sua vita, la sua possibilità di essere, ieri come oggi. Se si rinuncia alla Tradizione, dimenticando quello che la Chiesa era, si smarrisce il vero fine di quello che la Chiesa dovrà essere. Un ritorno alla genuina e cattolica identità della Chiesa è indispensabile per superare le divisioni nell’unico Corpo di Cristo e per dare speranza al futuro come presenza dell’unico ed indiviso Cristo nel mondo, per mezzo della Chiesa.

Padre Serafino M. Lanzetta, FI

“Carne della mia carne Sangue del mio sangue…”

«O dolcissimo e amatissimo Amore, il colpo di lancia che ricevesti nel cuore è la spada che trafisse il cuore e l’anima di tua madre. Il Figlio era colpito nel corpo, ma allo stesso modo era ferita la madre, perché quella era la sua carne» (santa Caterina da Siena).
Questo pensiero ammirabile di santa Caterina da Siena ci immerge nel mistero della Redenzione e ci introduce nell’intimità del dramma svolto dal Divin Figlio e dalla Madre Divina in unità strettissima di sofferta partecipazione. Chi può comprendere l’unità fra di loro? Non è dato a nessuno questo potere di comprensione perché significherebbe comprendere l’essenza stessa del mistero dell’Incarnazione e della Redenzione.
Viene da pensare, qui, alla cosiddetta fusione fra l’uno e l’altra, secondo la psicologia del profondo; intesa, tale fusione, però, in chiave e in dimensione tutta trascendente: una fusione, cioè, fra il Verbo di Dio e la Vergine Maria, fra il Figlio Divino e la Madre Divina, in ordine all’essere e all’operare, per cui si ha una reciprocità di appartenenza anch’essa trascendente, che li rende non solo inseparabili, ma indivisibili, l’uno nell’altro e l’uno per l’altro, finalizzati a consumarsi nell’unità intatta e totale dell’amore e del dolore che attuano il mistero della Redenzione.
Si può anche parlare, sia pure soltanto riduttivamente, di origine dell’uno dall’altro, così come avvenne nella creazione dell’uomo fra le mani di Dio. Maria Madre di Gesù, infatti, è stata la “terra vergine”, di cui è stato fatto Gesù, il nuovo Adamo, nell’Incarnazione; e Gesù Crocifisso, sulla Croce, è stato il nuovo Adamo dal cui costato trafitto è stata fatta la nuova Eva, la «Vergine fatta Chiesa», secondo la stupenda espressione di san Francesco d’Assisi.
E così, la reciprocità e l’interdipendenza dell’origine di ambedue ci fa comprendere che Gesù, il Figlio di Dio Incarnato, viene da Maria, la Madre semprevergine, nell’Incarnazione; così come Maria, la Corredentrice, viene da Gesù, il Redentore, in continuità di interdipendenza armoniosa fra umano e divino, secondo il piano voluto da Dio nell’Incarnazione in proiezione verso il dramma della Redenzione.
Santa Caterina, l’ardente e sublime vergine senese, dice tutto questo in termini concreti di comprensione rapida e bruciante, con il suo linguaggio affettivo che accomuna, e anzi “unifica”, nello svolgersi del dramma redentivo, la “lancia” di Longino e la “spada” di Simeone, il Cuore trafitto di Cristo e il Cuore e l’anima trapassata di Maria, il Figlio “colpito nel corpo” e la Madre anch’essa “ferita” nel corpo, perché il corpo del Figlio “era la sua carne”.
Mirabile unità di amore immolato fra Figlio e Madre sul Calvario! Così diceva anche uno degli antichi Santi Padri, Melitone di Sardi, affermando che la Madonna diede la sua carne al Figlio Gesù da immolare sulla Croce della nostra Redenzione, sentendosi così anch’Ella unita a Lui nel sacrificio cruento per la nostra salvezza. Davvero Maria Santissima guardando il corpo crocifisso di Gesù sulla Croce non poteva non sentire al vivo che quella “era la sua carne”, era la sua stessa carne immacolata che Ella aveva dato a Lui all’atto della concezione nel suo grembo verginale per opera dello Spirito Santo, era la sua stessa carne immacolata con la quale anch’Ella adesso, nostra Madre Corredentrice, si immolava tutt’una con il Figlio Redentore per l’offerta sacrificale a salvezza del genere umano.
Mistero ineffabile di unione nell’amore e nel dolore che redime l’Universo!

Padre Stefano M. Manelli, FI