La superbia: i peccati che ne derivano

Non c’è vizio più odioso davanti a Dio, perché nessun vizio più di questo gli nega la gloria che gli è dovuta, attribuendo alla natura ciò che a Lui solo appartiene.
Ecco perché Egli stesso ha dichiarato che resisterà sempre ai superbi e darà le sue grazie, i suoi doni agli umili (cf Gc 4,6).
A persuaderci meglio dell’indole maligna di questo vizio gioverà considerare i peccati che ne derivano.
La superbia è madre di ogni peccato, perché tutti i peccati contengono, in fondo, una rivolta contro Dio.
1) Figlia primogenita della superbia è la vanagloria, cioè il desiderio eccessivo di essere onorati da tutti, il quale ci porta a fare il bene per il solo fine di essere conosciuti, stimati e lodati, a compiacerci delle lodi altrui. Il vanaglorioso, quando fa qualche cosa, ha il prurito sempre di farsi notare, di parlare di sé, di vantare le sue qualità, non già a scopo di dare edificazione, il che non è male, anzi in certi casi doveroso, ma unicamente di dar nell’occhio e farsi lodare. Vizio, questo, condannato da Gesù Cristo nei farisei, dei quali diceva che tutto operavano per ostentazione, per farsi ammirare (cf Mt 23,5).
2) Altra figlia della superbia è l’ipocrisia. Poiché il superbo aspira ad esser creduto ciò che non è, così ricorre a tutte le doppiezze e simulazioni, fingendo virtù, onestà, devozione anche, per essere apprezzato, mascherando con certe esteriorità i mali all’interno, i disordini morali che lo contaminano, e coprendosi con la pelle d’agnello, mentre dentro è un lupo rapace. Altro vizio condannato da Gesù Cristo nei farisei del suo tempo, che egli perciò classificava col titolo di sepolcri imbiancati, belli al di fuori, ma dentro pieni di sudiciume e di putredine (cf Mt 23,27).
3) Terza figlia della superbia è l’ambizione. L’ambizione è la smania delle dignità, delle distinzioni, degli onori. Il superbo, avendo una grande opinione di sé, diventa naturalmente smanioso di elevarsi, di crescere sempre più in alto per poter figurare, per potersi distinguere dagli altri. Da ciò hanno origine soprusi e ingiustizie di ogni genere per potersi spingere avanti in qualunque modo e con qualunque mezzo.
4) Altra figlia della superbia è la presunzione. Chi è superbo è presuntuoso, confida temerariamente in se stesso e nelle proprie forze, si crede abile a tutto, e intraprende con la massima leggerezza uffici superiori alla propria capacità; ne deriva di conseguenza il disimpegno nel proprio dovere, con danno privato e pubblico, e con pregiudizio della propria coscienza.
5) Altra figlia della superbia è il disprezzo ingiurioso degli altri. Quanto più uno mira ad innalzare se stesso, tanto più cerca di schiacciare gli altri, di screditare gli altri, con insinuazioni maligne, con detrazioni, calunnie, ecc. La parabola del fariseo del Vangelo lo mostra chiaro.
6) Figlia della superbia è anche l’ostinazione, per cui non si vuole mai sottomettere la propria opinione all’opinione altrui e, peggio, non si vuol sottostare all’autorità di chi comanda. Il superbo, presumendo di saperne più degli altri, non soffre di essere contraddetto: quindi, a torto o a ragione, non vuole mai arrendersi a confessare il proprio errore. Da ciò ne derivano gli alterchi, le contese, le divisioni, le liti, tutte le eresie, gli scismi, le apostasie che amareggiarono in ogni tempo e amareggiano la Chiesa. Il superbo, inoltre, è ribelle a qualunque autorità e crede debolezza e viltà sottostare a chi è superiore: da ciò ha origine lo spirito di insubordinazione, di ribellione, che solleva i figli contro i genitori, gli inferiori contro i superiori, generando disordini e danni incalcolabili nelle famiglie e nella società.
7) Infine, figlie della superbia sono le collere, i risentimenti, le vendette, le risse, le ingiurie e mille altre colpe che non si finirebbe mai di enumerare.

Padre Francesco Pio M. Pompa, FI

Regina Sacratissimi Rosarii, ora pro nobis!

L’origine del Santo Rosario risale ad una rivelazione della Vergine a san Domenico (†1221). Egli l’accolse con fede e sconfisse, attraverso la propagazione della Santa Corona, le eresie che a quel tempo funestavano il sud della Francia.
Papa san Pio V (domenicano, †1572) con la bolla Consueverunt del 1569, ha istituito il Santo Rosario nella forma sostanzialmente identica a quella attuale. Egli ascrisse alla recita del Rosario la vittoria delle navi cristiane contro la strapotente flotta islamica, nelle acque di Lepanto (Grecia, 7 ottobre 1571). Da allora declinò l’impero ottomano, e crebbe incontenibile la devozione al Rosario nella Cristianità. Dalla vittoria di Lepanto deriva anche il titolo di Regina delle Vittorie attribuito alla Regina del Santo Rosario. A Lei è dedicata la festa liturgica del 7 ottobre; a Lei è dedicato il Santuario di Pompei (Napoli), fondato dal beato Bartolo Longo (†1926).
Dopo san Pio V, il papa del Santo Rosario per eccellenza è Leone XIII (†1903). Scrisse sul Santo Rosario 13 lettere destinate alla Chiesa universale, più un numero incalcolabile di documenti minori. È lui che nel 1889 volle inserire il titolo di Regina Sacratissimi Rosarii nelle Litanie Lauretane (1883).
L’ultimo documento del Magistero pontificio autentico sul Santo Rosario è la Lettera Apostolica Rosarium Virginis Mariae, del 16 ottobre 2002, di Giovanni Paolo II (†2005). Vi si trovano i fondamenti teologici ed antropologici della Corona mariana, oltre a preziose indicazioni di carattere spirituale per la sua recita proficua. Il Papa ha voluto, poi, istituire 5 nuovi misteri, detti “della luce”, dove si contemplano i momenti più importanti della vita pubblica di Gesù, “contemplati attraverso gli occhi di Maria”.
A Giovanni Paolo II si deve il superamento di una vexata quæstio: se sia lecito recitare il Rosario davanti al Santissimo Sacramento. Molti teologi e liturgisti dicevano di no, ma Giovanni Paolo II, attraverso la Congregazione del Culto Divino, ha detto di sì: «L’esposizione della Santissima Eucaristia sia compiuta sempre secondo le prescrizioni dei libri liturgici. Non si escluda anche la recita del Rosario, mirabile “nella sua semplicità ed elevatezza”» (Congregazione per il Culto Divino, Redemptionis Sacramentum, 25 marzo 2004, n. 137).
Tutti i Santi dell’epoca moderna hanno recitato il Rosario. Si distingue fra tutti San Pio da Pietrelcina (†1968), che recitava ogni giorno oltre 100 (cento) corone del Rosario. Due grandi miracoli sociali sono ascritti alla recita del Rosario nel XX secolo: la liberazione dell’Austria dal comunismo nel 1955 (Crociata del Rosario); la liberazione delle Filippine dal tiranno oppressore nel 1986 (Rivoluzione pacifica del Rosario). Miracoli meno eclatanti si moltiplicano ogni giorno laddove si recita con devozione la Santa Corona della Vergine Maria.
Come recitare il Rosario? Possibilmente in ginocchio, o in una posizione composta. Pronunciare correttamente e con fervore le parole che compongono le varie preghiere. Stare con la mente alla presenza di Dio, nella cui luce si considerano i vari misteri. Adorare Dio con il cuore, ammirare le virtù del Signore e della Vergine, desiderare di conformarsi ad esse.
Il proposito concreto dovrebbe coincidere o convergere con quello della giornata, posto durante la meditazione del mattino. Le intenzioni generali del Rosario sono quelle di ogni altra preghiera cristiana: adorare Dio, ringraziarlo, ottenere il perdono, ottenere l’aiuto. Nel Rosario, tutto questo avviene “per mezzo dell’Immacolata”, quindi nel massimo grado possibile ad una preghiera “non liturgica”. Le intenzioni speciali personali sono quelle suscitate dalle necessità del momento presente e, per sé, non è necessario esprimerle formalmente: il Signore sa ciò di cui abbiamo bisogno ancor prima che glielo chiediamo (cf Mt 6,8). Le intenzioni speciali per coloro che si raccomandano alle nostre preghiere devono esser espresse e mantenute “abitualmente”.
Ovviamente, quando si recita il Rosario durante il lavoro manuale (se questo non richieda un’eccessiva concentrazione psico-fisica), oppure durante il cammino, i viaggi, ecc. non si può pretendere una grande attenzione, né alle parole, né ai misteri. Eppure è una consuetudine santa e santificante. Come santa Teresa di Calcutta, che faceva del Rosario il compagno inseparabile della sua giornata, nelle sue instancabili peregrinazioni missionarie. Se riempissimo di decine del Rosario tutti gl’interstizi che separano le nostre svariate occupazioni quotidiane, alla fine del giorno ci troveremmo con parecchie Corone “all’attivo”, con tanti peccati in meno e tanta grazia in più.
Se siamo tutti d’accordo che le cose nella nostra società stanno andando di male in peggio, e se siamo tutti d’accordo che dobbiamo cominciare a fare qualcosa di concreto: ecco, non c’è nulla di più concreto che pregare più Rosari, perché Dio vuole salvare il mondo attraverso la Devozione al Cuore Immacolato di Maria (cf Fatima, 13 giugno 1917).

Padre Alessandro M. Apollonio, FI (Tratto da “Il Settimanale di Padre Pio”)

La potenza del Sacerdozio

Il prete, comunemente chiamato sacerdote, è, dopo il vescovo, il rappresentante di Gesù Cristo in terra. I suoi poteri sono grandi e importanti. Prima di tutto egli ha poteri sul Corpo Mistico di Cristo, che è la Chiesa, e, soprattutto, ha poteri sul Corpo reale di Cristo, la Santissima Eucaristia.
Il primo grande potere che il sacerdote esercita nella Chiesa è quello di rimettere i peccati e di ridonare la Grazia di Dio. Questo potere lo esercita amministrando i sacramenti del Battesimo e della Riconciliazione.

Un giorno, degli eretici presentarono a san Francesco un sacerdote che aveva la fama di condurre una vita poco edificante. Glielo presentarono per ridicolizzare e disprezzare ancor di più la Chiesa. San Francesco non cadde in quel tranello, si inginocchiò davanti al sacerdote dicendo di non sapere se le accuse mosse contro di lui fossero vere o false. Sapeva soltanto che da quelle mani sacerdotali poteva ottenere il Perdono di Dio.

Solo il sacerdote ha il potere straordinario di rimettere i peccati perdonando il penitente in nome di Dio. Basterebbe questo per comprendere l’altissima dignità del sacerdote, che supera persino quella degli Angeli. San Giovanni Maria Vianney diceva che se per strada avesse incontrato un sacerdote e un Angelo, avrebbe salutato prima il sacerdote.

Per un sacerdote è una gioia molto grande poter fare del bene alle anime, rimetterle in Grazia di Dio, illuminarle con la predicazione della Parola di Dio e con i consigli spirituali, sacrificarsi per loro offrendo preghiere e sacrifici per il loro bene spirituale e, finché Dio lo vuole, anche materiale. Il sacerdote è la persona più importante per una comunità.

San Giovanni Maria Vianney affermava che se un paese rimanesse per trent’anni senza un sacerdote, alla fine la gente adorerebbe le bestie. È il sacerdote a tenere desta la fede nel popolo: egli è l’anello di congiunzione tra la terra e il Cielo, colui che amministra i Beni di Dio in favore di tutti i fratelli. Con la sua condotta esemplare un sacerdote diventa una benedizione per il piccolo gregge a lui affidato e per tutta la Chiesa, mentre, con una condotta riprovevole, diventa di ostacolo e di inciampo a molti che cercano Dio.

Ancor più grandi sono i poteri che il sacerdote ha nei confronti del Corpo reale di Cristo, l’Eucaristia. Il sacerdote è l’uomo dell’Eucaristia, colui che consacra il pane e il vino trasformandoli nel Corpo e Sangue di Cristo, rendendo Gesù vivo e vero sui nostri altari. È lui che offre ogni giorno il Sacrificio della Nuova ed Eterna Alleanza, ossia la Santa Messa, come gesto supremo di adorazione, di lode, di riparazione e di propiziazione.

Il sacerdote – insegnava il beato Columba Marmion – non dovrebbe essere secondo a nessuno nell’amore all’Eucaristia. Egli deve vivere dell’Eucaristia e trovare nell’Adorazione eucaristica, dopo la celebrazione della Messa, il momento più bello e più dolce della giornata.

Recentemente il Papa, nella Lettera Apostolica Mane nobiscum Domine, ha esortato tutti i cristiani a riscoprire la bellezza dell’Adorazione eucaristica, della sosta silenziosa e adorante ai piedi del Tabernacolo, e quest’esortazione deve valere in modo particolare per il sacerdote, chiamato ad essere l’uomo dell’Eucaristia.

Le parole che il sacerdote pronuncia durante la Messa – «Questo è il mio Corpo… questo è il mio Sangue» – sono le parole più strabilianti e più belle che si possano dire. In quel momento si compie un miracolo più grande persino della creazione…

P. Stefano M. Miotto (Tratto da “Il Settimanale di Padre Pio”)

Famiglia, credi in ciò che sei!

La famiglia è la cellula della società», si soleva dire un tempo, quando la famiglia, fondata sul Matrimonio elevato a “sacramento”, era difesa nella sua unità e salvaguardata nella sua fecondità, che garantiscono la stabilità e la crescita della famiglia, e quindi della società, ossia della grande famiglia umana. Per questo il papa Giovanni Paolo II nella Familiaris consortio poteva affermare con vigore, lanciando quasi uno slogan: «Famiglia, diventa ciò che sei» (n. 17).
Oggi, invece, all’interno dell’ordinamento sociale, la famiglia non è più difesa nella sua unità, né è salvaguardata nella sua fecondità. Perché? La risposta è che non si crede più nella famiglia fondata sul Matrimonio, nella famiglia aperta alla vita, quale cellula primaria e fondamentale dell’intera società umana.
Senza la famiglia fondata sul Matrimonio e aperta alla vita, però, la società non ha futuro, e finirà col ridursi ad un ammasso di individui, ad un coacervo di esseri umani in preda ai loro istinti, aggiogati al carro delle passioni, dominati dalla «corruzione che è nel mondo a causa della concupiscenza», come afferma senza eufemismi san Pietro nella sua seconda Lettera (1,4).
Per questo, se il papa Giovanni Paolo II nella Familiaris consortio poteva dire: «Famiglia, diventa ciò che sei», oggi, invece, il Santo Padre dovrebbe gridare: «Famiglia, credi in ciò che sei», perché «credere nella famiglia è costruire il futuro», giacché solo la famiglia «è la principale fonte di speranza per il futuro dell’umanità».
È veramente triste dover ammettere che dopo tanti anni, anziché raccogliere i frutti della Familiaris consortio, tutta tesa a sostenere la vitalità della famiglia nella sua realtà di sorgente della vita, vissuta in comunione interpersonale di amore umano e divino, di amore oblativo e fecondo, si è costretti a raccogliere le rovine miserande della frantumazione di tanta parte delle famiglie, con le spirali interminabili delle separazioni e dei divorzi, dei concubinaggi e degli adultèri, delle convivenze di omosessuali e transessuali, dei metodi di contraccezione e degli aborti.
Di fronte a questa realtà spaventosa, che non giova a nessuno sottacere, il Papa non si stancava di alzare la voce e di richiamare, con passione e vigore, denunciando il fatto che nei riguardi della famiglia sta aumentando il «diffondersi di visioni distorte e quanto mai pericolose, alimentato da ideologie relativistiche, persuasivamente diffuse dai media», ribadendo che, «se viene meno la convinzione che in nessun modo si può equiparare la famiglia fondata sul matrimonio ad altre forme di aggregazione affettiva, è minacciata la stessa struttura sociale e il suo fondamento giuridico».
Sono parole gravissime, queste. Ma da quanti ascoltate? Da quanti accolte e condivise? Da quanti messe in pratica e rese operative?
La risposta ci è data, purtroppo, dai dati negativi estremamente preoccupanti, posti sotto gli occhi di tutti, ossia: lo spettacolo del grande numero di coniugi separati, delle teorie dei divorziati, dei concubini, dei liberi conviventi, dei matrimoni civili in crescita (perché aperti al libero divorzio); lo spettacolo delle famiglie volutamente sterili e infeconde, capaci di ridurre l’Occidente cristiano, in pochi decenni, alla metà della popolazione attuale, con la prevalenza esorbitante di anziani, nonché degli islamici, per i quali non esiste denatalità (e diventati già, numericamente, la prima religione nel mondo, e sempre in aumento).

Come non aprire gli occhi di fronte a questa situazione, per salvare la famiglia fondata sul Matrimonio e la famiglia aperta alla vita? Su chi grava la responsabilità per la difesa e la salvaguardia della famiglia?
«Una particolare responsabilità – afferma il Papa – grava sui politici e sui governanti», così come è legata anche «ad un sistema scolastico ed educativo che abbia il suo centro nella famiglia», con un intervento particolare diretto contro il «crescente degrado nei mezzi di comunicazione sociale», i quali da tempo risultano essere, in gran parte, scuola di «violenza, banalità e pornografia», a rovina di tutti e specialmente dei più piccoli ed indifesi.
Soltanto le vere famiglie sono le «protagoniste del futuro dell’umanità», mentre le pseudo-famiglie sono le protagoniste della devastazione dell’umanità, di questa umanità da Dio chiamata ad essere la grande Famiglia-Chiesa sulla terra, per essere, quindi, la grande Famiglia-Regno dei cieli nell’aldilà.
E se il cuore della famiglia è sempre la mamma, il cuore della grande Famiglia dei redenti, chiamati a formare la Chiesa, è appunto Maria Santissima, la Madre Divina, che il Santo Padre ha fatto invocare felicemente: Regina della famiglia. A Lei, dunque, ricorriamo, in Lei confidiamo, in Lei, Madre della Chiesa, Madre dell’umanità.

Padre Stefano M. Manelli, FI (Tratto da “Il Settimanale di Padre Pio”)

“Sponsa Dei voceris”

Prefazio

La solenne formula consacratoria – Deus, castorum corporum –, strutturata a mo’ di Prefazio eucaristico, attribuita a san Leone Magno, costituisce il cuore della Celebrazione. La sua prima parte si sviluppa alla luce del Mistero dell’Incarnazione del Verbo: «Tu risani la natura umana, corrotta nei primi uomini dall’inganno diabolico, nel tuo Verbo, per mezzo del quale tutto è stato fatto». Il riferimento a Maria Santissima non è esplicito, ma è facilmente intuibile: la vergine cristiana (beata virginitas) riconosce in Cristo l’autore della verginità (agnovit auctorem suum) e si dona a Lui sponsalmente (illius thalamo, illius cubicolo se devovit); a Lui che delle vergini consacrate è Sposo (sic perpetuæ virginitatis [= le vergini consacrate] est Sponsus), così come della sempre Vergine è Figlio (quemadmodum perpetuæ virginitatis [= Maria] est Filius). In varie traduzioni liturgiche, compresa quella italiana, il riferimento a Maria è purtroppo scomparso. Nell’introduzione e nel corpo delle Litanie, come pure nella benedizione di congedo, si hanno altri riferimenti alla Vergine Maria. Pur esaltando la gloria della sua Maternità verginale, la Vergine viene proposta alle vergini come modello per la sua profonda umiltà: «Siate di nome e di fatto ancelle del Signore a imitazione della Madre di Dio».

I segni sponsali

 - L’anello

«Accipe annulum fidei, signaculum Spiritus Sancti, ut sponsa Dei voceris»: così recita il vescovo nell’infilare l’anello alla vergine consacrata. Il dono dell’anello, fin dai tempi più remoti, rappresentava il sigillo di una promessa d’amore. L’uso di metterlo al dito anulare deriva probabilmente dall’antico rito di Matrimonio della Liturgia cattolica: il celebrante, toccate le prime tre dita della sinistra mentre diceva «nel nome dei Padre… del Figliuolo… e dello Spirito Santo», giungeva ad infilare l’anello nel quarto dito della stessa mano. Gli antichi egizi usavano porre una vera all’anulare della sposa perché si riteneva che per quel dito passasse una vena – chiamata dai romani “vena amoris” –, che dalla sua punta arrivava direttamente al cuore. Secondo alcuni studi, inoltre, anatomicamente l’anulare è il dito più debole della mano, essendo il suo muscolo flessore collegato sia al dito mignolo che al dito medio, ed è il primo a formarsi nel feto. La forma circolare dell’anello simboleggia l’unione eterna: il cerchio, infatti, non ha né inizio né fine. Nel rito di consacrazione, l’anello viene chiamato anello della fede, segno dello Spirito Santo, per mezzo del quale la vergine sarà chiamata Sposa di Dio. Si può benissimo pensare che sia l’Immacolata, la Sposa dello Spirito Santo, ad anellare misticamente la vergine al suo Figlio divino e a chiamarla, Lei stessa per prima, Sposa di Dio.

- La corona

Secondo il rito più antico, nell’imporre la corona sul capo della vergine, il vescovo diceva: «Accipe coronam virginalis excellentiæ». La corona era chiamata corona dell’eccellenza della verginità. Nel rito delle professioni essa può essere definita “corona Passionis Christi”, corona della Passione di Cristo. Così, infatti, recita la preghiera di imposizione: «Ricevi la corona che ti offre il tuo Sposo, l’Unigenito Figlio di Dio, perché meriti di essere partecipe della sua Passione sulla terra e della sua gloria nei cieli». Se, sin dai tempi più antichi, la corona era considerata il simbolo della regalità e dell’autorità, o anche il riconoscimento per una vittoria, nel Rito di consacrazione, oltre ad essere il simbolo della verginità regale, è il segno della conformità della Sposa allo Sposo Crocifisso. Come il Cristo Re fu incoronato di spine, così la sua fedele Sposa viene incoronata Regina con l’imposizione di una corona di spine sul capo.

- Il Velo

Nella celebrazione della consecratio virginum era prevista la consegna del velo da parte del vescovo. Il velo è sempre stato considerato simbolo di purezza e di castità, di fedeltà e di modestia. Nell’antica Roma, la donna sposata, la matrona, si distingueva dal fatto che non usciva mai in pubblico se non con la testa coperta. E ciò dal Matrimonio. La vergine che andava sposa indossava un velo, detto flammeum (probabilmente di colore arancio, talvolta giallo, o color sangue, entrato poi come segno nel rito della consacrazione delle vergini), che copriva anche il volto. Una volta sposata la ragazza era destinata appunto a non uscire mai più di casa a testa scoperta: essa infatti veniva coperta con un lembo della palla, mantello indossato sopra la stola, che era la veste lunga fino ai piedi che, a partire da una certa epoca, divenne l’abito tipico delle matrone. Il velo, nella concezione cristiana, era segno di sottomissione a Dio; salvaguardia del valore della verginità e della sacralità della maternità; segno di lutto. La Vergine Maria, modello sublime delle vergini consacrate, è quasi sempre rappresentata velata.

- L’anathema

Purtroppo nei Rituali monastici, religiosi e delle vergini consacrate laiche, è stato soppresso il tuonante anatema che il vescovo proclamava a conclusione del Rito di consacrazione delle vergini. Esso redarguiva con forza:

«Per l’autorità di Dio onnipotente, e dei beati Pietro e Paolo suoi apostoli, con fermezza e sotto la minaccia di anatema vietiamo che qualcuno sottragga le presenti vergini o monache dal servizio divino, al quale sono sottomesse sotto il vessillo della castità, nessuno sottragga i loro beni, ma li possiedano in pace. Se qualcuno poi osi fare un simile tentativo, sia maledetto in casa e fuori di casa; maledetto nella città ed in campagna; maledetto nella veglia e nel sonno; maledetto quando mangia e beve; maledetto quando cammina e sta seduto; maledetta sia la sua carne, e maledette siano le sue ossa, e dalla pianta dei piedi fino al capo non abbia la salute. Venga su di lui la maledizione dell’uomo, che il Signore ha permesso ad opera di Mosè nella legge contro i figli dell’iniquità. Sia distrutto [tolto] il suo nome dal libro della vita e non sia scritto con i giusti. La sua parte e la sua eredità sia con il fratricida Caino, con Dathan ed Abiron, con Anania e Saffira, con Simon mago, e col traditore Giuda, e con coloro che hanno detto a Dio: “Allontanati da noi, non vogliamo seguire le tue vie”. Perisca nel giorno del giudizio, lo divori il fuoco eterno con il diavolo ed i suoi angeli, se non avrà restituito e non avrà corretto [le sue colpe]. Così sia, così sia».

Preghiere, simboli, parole forti e decise: quale ricchezza negli antichi libri liturgici! Fede salda, fortezza inespugnabile, amore ardente, fedeltà assoluta: tutti valori che – ahinoi! –, nei nuovi rituali, lungo gli anni si sono fortemente sbiaditi. Quale rispetto bisognerebbe avere, invece, per le vergini consacrate, se la maledizione per coloro che tentavano di dissuaderle dal loro cammino, era estesa ad ogni azione compiuta e allo stesso intero corpo, sino ad essere cancellati dal libro dei viventi? Quale maledizione spetterebbe a coloro che della Liturgia della vita consacrata hanno fatto, e fanno, una sorta di “sweet, sleepy, soft and creative liturgy”?
Che il ritorno alla liturgia dei nostri Padri – promossa e voluta dal Santo Padre Benedetto XVI – illumini le menti e attragga i cuori verso la vera bellezza liturgica e sacramentale, che si sprigiona luminosamente anche dagli antichi Rituali.

Suor M. Cecilia Pia Manelli, FI (Tratto da “Il Settimanale di Padre Pio”)