Va’ Francesco, e ripara la mia Chiesa

E’ quanto mai attuale, nel periodo di remodelage liturgique che sta attraversando la Chiesa, contemplare, studiare, approfondire la figura di san Francesco nella sua veste – sempre povera e semplice, come il suo aspetto, «simplex, rectus, humilis», ma tutta evangelica, e tutta cattolica e apostolica – di zelatore del culto divino. «Dei zelo ductus» lo canta infatti la Liturgia.
Alla luce della sua vita e dei suoi scritti è possibile scorgere nel Santo assisano un riparatore più che un restauratore della Chiesa. La sua azione evangelizzatrice e riparatrice trova la sua ragione teologica nelle parole che il Crocifisso gli rivolse nella chiesetta di San Damiano: «Francesco, va’ e ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina!». San Bonaventura scrive che dopo aver udito tale voce così meravigliosa, il Santo «tornato finalmente in sé, si accinge a obbedire, si concentra tutto nella missione di riparare la chiesa di mura, benché la parola divina si riferisse principalmente a quella Chiesa che Cristo acquistò con il suo sangue, come lo Spirito Santo gli avrebbe fatto capire e come egli stesso rivelò in seguito ai frati».
La missione di Francesco è, dunque, una missione riparatrice ecclesiale e universale, che investe non soltanto il piccolo gregge del suo Ordine, ma abbraccia il mondo intero e si inserisce nel cuore stesso della Chiesa. Le parole del Crocifisso di San Damiano tracciano per lui un cammino ben preciso, anche se arduo e spinoso: riparare la Casa di Dio. Il Sommo Pontefice Benedetto XVI ha esortato ad «entrare nella personalità di san Francesco», per poter contribuire a «ricostruire la Casa di Dio», e ha richiamato «tutti a non rendere inflazionato e svilito il messaggio francescano», offrendo «come chiave interpretativa, ossia ermeneutica, della vicenda di san Francesco d’Assisi il colloquio con il Crocifisso di San Damiano che lo invia a riparare la Chiesa; è riparare la Chiesa ciò che sta a cuore prima di tutto a Benedetto XVI! E questo san Francesco fece vivendo «secondo la forma del santo Vangelo», e soprattutto divenendo perfetta immagine di Cristo, Capo della Chiesa.
Se è vero che «ogni spiritualità non è che lo sviluppo e la manifestazione di una proprietà essenziale della Chiesa, la santità», il sensus Ecclesiæ nella spiritualità francescana possiede un significato tutto speciale che inizia principalmente dal comando del Signore Crocifisso al suo umile servo – «Va’ e ripara la mia casa» –, e assume un valore universale e illimitato abbracciando la Chiesa di tutti i luoghi e di tutti i tempi. La Liturgia inneggia a san Francesco: «Vir catholicus et totus apostolicus, Ecclesiæ teneri fidem Romanæ docuit»#. E il beato Tommaso da Celano lo definisce «artista e maestro di vita evangelica veramente glorioso: mediante il suo esempio, la sua Regola e il suo insegnamento si rinnova la Chiesa di Cristo nei suoi fedeli, uomini e donne…».
È necessario, perciò, accostarsi a san Francesco riparatore o riformatore – nel senso di «colui che dona una nuova forma» a qualcosa di deformato –, con un profondo spirito ecclesiale, per essere in grado di comprenderne il messaggio intramontabile e perenne.
La prima riparazione o riforma del Santo fu l’intervento chirurgico effettuato nell’organo vitale del Corpo Mistico, il cuore, ossia la vita di preghiera, la vita liturgica della Chiesa. Fu un intervento delicatissimo e lungo, ma che si compì felicemente, portando ad una rinascita linfatica e feconda di un’abbondanza eccezionale e duratura.
Cosa dire, invece, degli interventi chirurgici effettuati oggi persino in vari ambienti francescani? Si tratta di veri e propri attentati alla vita della Chiesa; una lotta per la morte e non per la vita; un allontanamento chilometrico più che di un ritorno allo spirito del Fondatore; un trapianto “liturgico” mortifero che continua ad essere rigettato dal Corpo Mistico, perché non compatibile con il suo sangue, con il rischio di condurre ad una setticemia spirituale e ad un coma irreversibile, più che di un’operazione benefica e portatrice di speranza vitale. Se ci fosse un altro Carlo Magno, certamente griderebbe: «Revertemini ad fontes Francisci!».
Forse che il Papa attualmente regnante – non Re Carolus ma Pontifex Benedictus – non sembri lanciare lo stesso appello del Crocifisso – «ripara la mia casa» –, attuandolo in radicibus cominciando proprio dalla riparazione della Liturgia? Ed il suo non è forse simile al grido carolino, che invita a guadare a san Francesco?
Sulle orme e sulla base degli scritti e degli insegnamenti del Poverello di Assisi, vogliamo, perciò, tracciare delle linee generali sull’iter franciscanum liturgicum che portò all’adozione, da parte della Chiesa di Roma, non solo del Messale Romano, ma anche del Breviario. E, su tale terreno, gettare delle fondamenta salde e ben radicate che continuino, come nel sogno di Innocenzo III, a sostenere il Laterano, ossia il Papa e la Chiesa intera#.
Messa ed Ufficio divino, Eucaristia e preghiera: queste le due colonne innalzate dal Serafico assisano. Colonne alle quali, necessitando di essere rinsaldate e restaurate, il papa Benedetto XVI ha ridonato nuovo splendore, mediante il Motu Proprio «Summorum Pontificum».
L’Eucaristia, infatti, appare come il coronamento della spiritualità francescana e tutti gli scritti del Serafico Padre traboccano di sentimenti di amore e di riverenza verso il Santissimo Corpo e Sangue di Cristo e verso i sacerdoti che lo donano alle anime ogni giorno. Per tale ragione il Santo fu subito identificato con l’amore che i Serafini nutrono per l’Eucaristia. «Vir Seraphicus» lo canta la Liturgia, e lo esalta con tale espressione: «Intus ardens, extra lucens, fragrans sicut lilium», quasi che l’amore eucaristico fosse così forte in lui da farlo ardere dentro e risplendere fuori, rendendolo profumato e candido come un giglio, come l’Ostia Santa, bianca e immacolata.
Coincidenza o Provvidenza divina, Benedetto XVI dà inizio al suo pontificato nell’Anno dedicato all’Eucaristia e così afferma nel suo primo messaggio al termine del Conclave: «In maniera quanto mai significativa, il mio Pontificato inizia mentre la Chiesa sta vivendo lo speciale Anno dedicato all’Eucaristia. Come non cogliere in questa provvidenziale coincidenza un elemento che deve caratterizzare il ministero al quale sono stato chiamato? L’Eucaristia, cuore della vita cristiana e sorgente della missione evangelizzatrice della Chiesa, non può non costituire il centro permanente e la fonte del servizio petrino che mi è stato affidato. L’Eucaristia rende costantemente presente il Cristo Risorto, che a noi continua a donarsi, chiamandoci a partecipare alla mensa del suo Corpo e del suo Sangue. Dalla piena comunione con Lui scaturisce ogni altro elemento della vita della Chiesa, in primo luogo la comunione tra tutti i fedeli, l’impegno di annuncio e testimonianza del Vangelo, l’ardore della carità verso tutti, specialmente verso i poveri e i piccoli».
Il Motu Proprio «Summorum Pontificum» non è forse il primo squisito frutto di tale via eucaristica che ha segnato provvidenzialmente la missione del Vicario di Cristo a cominciare dal suo esordio, divenendone il leitmotiv costante?
Sui passi di san Francesco e alla sequela del Magistero di Benedetto XVI, l’Eucaristia, dunque la celebrazione della Santa Messa, appare come il centro della vita cristiana. Ed è lo stesso Sommo Pontefice ad affermare che è proprio «in questo Santo, la cui figura attrae credenti e non credenti, [che] possiamo scorgere l’immagine di quella che è la perenne missione della Chiesa».
Scopo primario di queste pagine sarà, dunque, quello di cogliere il fondamentale contributo che l’opera liturgica restauratrice e riparatrice di san Francesco portò alla Chiesa del suo tempo, tentando di leggere nelle parole, negli esempi, negli insegnamenti del Poverello, il richiamo sempre attuale rivolto a tutti i suoi figli, non solo di fedeltà assoluta alla Sede papale, ma ancor di più di attuazione del suo Magistero.

Suor M. Cecilia Manelli, FI

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